Care compagne, cari compagni,
ormai da lungo tempo si dibatte sul Federalismo. In questo periodo il tema è tornato ancora più d’attualità, in particolare dopo che lo scorso 3 ottobre il Consiglio dei Ministri ha approvato il disegno di legge delega al Governo sul “federalismo fiscale”.
Già lo scorso anno ne abbiamo discusso in un’apposita riunione i cui atti sono consultabili sul sito internet del Partito (www.comunisti-italiani.it dipartimento Enti Locali).
Sarà nostra cura, nei prossimi giorni, inserire anche gli interventi che i nostri parlamentari hanno pronunciato sul tema nella precedente legislatura, così che possano essere agevolmente consultati.
Nella speranza di fare cosa utile, vi inviamo il testo di una bozza di ordine del giorno che vuole essere un contributo, di conoscenza e di proposta, alla iniziativa del Partito e delle sue espressioni istituzionali.
Molto cordiali saluti
il responsabile del Dipartimento Economia e Finanze – Luigi Marino
il responsabile Riforme Istituzionali e Problemi dello Stato – Elias Vacca
il responsabile Dipartimento Enti Locali – Paolo Guerrini
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Bozza
ORDINE DEL GIORNO
Il Consiglio ……………………………….. (comunale/provinciale/regionale)
Premesso che
- il Consiglio dei Ministri ha approvato in data 3 ottobre 2008 il disegno di legge di delega al Governo in materia di federalismo fiscale in attuazione dell’art.119 della Costituzione;
- la Costituzione Repubblicana ha una ispirazione regionalista e non federalista, come più volte la stessa Corte Costituzionale ha ribadito ed ancora recentemente con la sentenza n. 365 del 2007;
- lo stesso termine “federalismo” è un termine improprio in quanto il federalismo unisce quello che è diviso, non divide quello che è già unito (l’art.5 della Costituzione recita: ”la Repubblica, una e indivisibile, riconosce e promuove le autonomie locali”).
Il Consiglio ……………………………….. (comunale/provinciale/regionale)
- nel ribadire la validità della concezione della “Repubblica delle autonomie”, dove Comuni, Province, Città metropolitane, Regioni non sono cosa “altra” rispetto allo Stato, ma solo un modo stesso di essere dello Stato Repubblicano, per cui vanno trasferite alle Regioni ed agli altri Enti territoriali funzioni che meglio possono essere svolte dai poteri locali;
- nel riaffermare il ruolo delle Regioni e degli Enti Locali contro l’eccessivo centralismo dello Stato, sempre nella salvaguardia delle funzioni statali necessarie per garantire i diritti inviolabili della persona, le condizioni di eguaglianza, non solo formale ma sostanziale, dei cittadini nella soddisfazione dei loro bisogni primari;
- non ignorando l’esistenza di una questione settentrionale, ritiene che resti tuttavia irrisolta la storica questione meridionale, per cui il nostro Paese rimane duale e non solo dal punto di vista economico;
- nel sottolineare che il d.d.l. di delega rischia di aggravare tale dualismo con la penalizzazione delle Regioni meno sviluppate anche in relazione al venir meno nel 2013 dei flussi di risorse attualmente assicurato dai Fondi europei;
Visto
l’articolo 3 della Costituzione: “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale… E’ compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana…”.
Considerato che
- occorre quindi assicurare a tutti i cittadini, ovunque nati o residenti, prescindendo dalla ricchezza dei territori regionali, pari opportunità e dignità sociale;
- il d.d.l. prevede il superamento graduale, per tutti i livelli istituzionali, del criterio della spesa storica, per cui il finanziamento delle funzioni trasferite sarebbe stabilito sulla base dei costi standard assicurando “i livelli essenziali delle prestazioni”;
- il rispetto di tale obiettivo è sostanzialmente affidato ai contenuti dei decreti legislativi attuativi da adottare entro ventiquattro mesi dalla data di entrata in vigore della legge-delega, in base a principi e criteri direttivi che nel provvedimento legislativo appaiono però vaghi ed imprecisi;
- sugli schemi dei decreti legislativi le Commissioni parlamentari competenti potranno esprimere un parere non vincolante, entro il termine massimo di trenta giorni, mentre per la predisposizione dei contenuti viene istituita una Commissione paritetica composta da rappresentanti tecnici per ciascun livello di governo. Ciò comporta di fatto una diminuzione del ruolo del Parlamento anche in relazione ai compiti della Conferenza permanente per il coordinamento della finanza pubblica, prevista all’articolo 4 del d.d.l. di delega;
- tuttora mancano precise indicazioni sugli effetti finanziari della legge-delega;
- restano altresì ancora del tutto indefiniti gli stessi livelli, ritenuti essenziali, delle prestazioni oltre che le funzioni fondamentali degli Enti Locali;
- non vengono evidenziati i criteri per la determinazione dei costi standard, né come essi si calcolino, né risulta indicato quale impatto essi avranno sui bilanci delle diverse Regioni rispetto alla spesa storica, che nelle diverse realtà regionali potrebbe non necessariamente essere superiore a quella eventualmente misurata sui costi standard;
- il d.d.l. di delega complessivamente comporterà maggiori oneri (peso della burocrazia, premi fiscali alle Regioni “virtuose”, risorse aggiuntive per la perequazione, ecc. ammontanti secondo studi di istituti specializzati a molti milioni di euro) per far fronte ai quali non vengono indicate le necessarie risorse;
- già in passato il trasferimento delle funzioni e compiti alle Regioni ha prodotto costi aggiuntivi perché non si è proceduto, nel primo e secondo trasferimento, a depennare preliminarmente i capitoli di spesa relativi alle stesse funzioni dal bilancio dello Stato e soprattutto a ridurre conseguentemente gli apparati amministrativi centrali, il che ha comportato solo una moltiplicazione dei centri di spesa in periferia ed un maggiore debito pubblico;
- allo stato il d.d.l. costituisce una vera e propria “delega in bianco” data al Governo in violazione dell’art.76 della Costituzione;
Ritenuto che
- nell’attuale contesto il problema fondamentale è quello di migliorare il livello di vita della popolazione nel suo insieme e delle classi lavoratrici in particolare, che hanno subito in questi anni l’erosione dei loro redditi (salari, stipendi, pensioni), salvaguardando i loro diritti sociali ed evitando ogni forma di discriminazione e differenziazione tra i cittadini nell’accesso alle prestazioni ed alle provvidenze per la soddisfazione dei loro bisogni primari al fine di garantire la pari dignità sociale di cui all’art.3 della Costituzione
- vi è il concreto rischio che la “devoluzione”, cioè l’attribuzione alle Regioni, in termini di legislazione esclusiva, delle funzioni in materia di organizzazione sanitaria, scolastica, ecc., che avrebbe diviso i cittadini a seconda delle Regioni di appartenenza, respinta dal referendum popolare, finisca per essere attuata in altro modo attraverso il “federalismo fiscale” previsto dal d.d.l. di delega, stante tra l’altro l’assoluta mancanza di certezze sull’entità e sulla durata dei fondi di perequazione necessari per “assicurare i livelli essenziali delle prestazioni”;
- anche in relazione alla sostenibilità degli oneri che il “federalismo fiscale” comunque comporterà - soprattutto in un quadro di incertezza derivante anche dal contesto macro-economico interno ed internazionale che postula iniziative congiunte a livello europeo per fronteggiare la crisi non solo finanziaria - ogni risposta di tipo “federalista” risulta inefficace, perdente e dannosa;
- autorevoli costituzionalisti, ed ancora recentemente il Prof..Giovanni Sartori, in questo quadro d’insieme, tenuto conto anche dell’entità del debito pubblico italiano pari al 104 % del PIL, hanno posto il problema che nell’attuale situazione “il federalismo non va attuato, ma disattivato”;
- una legge-delega di attuazione dell’art.119 della Costituzione, relativo all’autonomia finanziaria di entrata e di spesa di Comuni, Province, Città metropolitane e Regioni, non può prescindere dal principio della coesione nazionale, dal momento che in un paese che resta duale più si attribuiscono funzioni e competenze in periferia, più vi è il fondato pericolo che venga meno la garanzia di eguaglianza dei diritti sociali e civili fondamentali dei cittadini (tutela della salute, diritto all’istruzione, ecc.);
- il d.d.l. di delega al Governo in materia di “federalismo fiscale” sia espressione di una concezione del rapporto Stato-Regioni-Enti Locali del tutto estranea al regionalismo previsto dal nostro ordinamento costituzionale.
Tanto premesso, visto, considerato e ritenuto
fa voti
- che il Parlamento nazionale soprassieda all’esame del d.d.l. di delega sul federalismo fiscale e proceda pregiudizialmente ad una rigorosa riconsiderazione della portata della stessa riforma costituzionale del Titolo V, della sua sostenibilità nell’attuale contesto interno ed internazionale;
auspica
- una revisione costituzionale delle disposizioni dello stesso Titolo V a cominciare da quella di cui al primo comma dell’art.114 (“La Repubblica è costituita dai Comuni, dalle Province, dalle Città metropolitane, dalle Regioni e dallo Stato”), che costituisce una vera e propria retrocessione culturale rispetto all’impianto costituzionale;
- una revisione delle diverse materie di legislazione esclusiva e concorrente, come quella ad esempio della tutela e sicurezza del lavoro, che deve rientrare tra quelle riservate alla legislazione esclusiva dello Stato (e non da disciplinare con legislazione concorrente), in quanto la garanzia dei diritti dei lavoratori non può che restare affidata alla prima parte della Costituzione e non certamente alla seconda.
Convegno su Federalismo Fiscale 19/11/07- intervento Francescaglia
13 Giu 2008
FRANCESCO FRANCESCAGLIA - Segretario Federazione di Milano
La discussione è molto interessante e anche complicata. Sicuramente noi facciamo bene ad affrontarla e dobbiamo affrontarla nei termini di relazione con il modello di sviluppo che ci pongono i territori e il Paese. Una discussione sugli assetti istituzionali regionali e nazionali non può, cioè, essere svincolata da quelli che saranno gli esiti dei modelli di sviluppo che si stanno configurando in Italia. Credo che questo sia il metodo per affrontare un ragionamento da un punto di vista di sinistra, da comunisti, e su questo dobbiamo avere delle consapevolezze, capire dove vogliamo andare ed infrangere quelli che sono diventai dei tabù, perché, come ha ricordato l’intervento che mi ha preceduto, mentre una volta parlare di devoluzione era un tabù, oggi è diventato, o sta diventando, un tabù non ragionare più, per esempio, di federalismo e delle materie ad esso connesse.
Io proverei brevemente a separare i due piani: c’è un piano politico e c’è un piano che riguarda il disegno di legge, a cui ho dato una brevissima occhiata, e sul quale dirò qualche cosa dopo. Sulpiano politico io credo che si ponga un problema serio. Noi non possiamo non intervenire, dobbiamo prendere delle posizioni chiare non facendo però un ragionamento sull’assetto istituzionale ma facendo un ragionamento sul modello di sviluppo, per poi conseguentemente dire quale è l’assetto istituzionale che noi vogliamo. Perché su questi territori ci sono delle dinamiche che andrebbero indagate meglio e più a fondo. Provo a fare alcuni esempi, ma su questo sarebbe assai utile fare un seminario, come diceva Robotti, al Nord. Dato che io sono convintamente centralista, sia per le questioni istituzionali che per le questioni organizzative del partito, secondo me sarebbe opportuno, nonché doveroso, sia un seminario di approfondimento che viene fatto al Nord, sia un seminario nazionale al quale partecipino le compagne ed i compagni di tutto il partito, a partire da quelli del Sud per i motivi che Marino ci ha esposto benissimo all’inizio. Per tornare agli esempi: ci sono alcune tendenze a mio avviso preoccupanti: c’è tutta la partita delle infrastrutture, partita complicatissima perché il nostro è un Paese che ha sete, bisogno e necessità di infrastrutture. Un paese in cui le infrastrutture al Sud incontrano i problemi di realizzazione che tutti conosciamo, mentre nelle regioni più piccole i problemi della realizzazione delle infrastrutture si scontrano con l’assoluta mancanza di risorse che hanno le regioni con meno popolazione. Al Nord, mi sembra di capire, che la questione è ben diversa, cioè c’è una capacità finanziaria degli enti pubblici di intervenire in maniera determinante. Basti pensare, ad esempio, all’ASAM a Milano - che è una azienda enorme, di totale proprietà della Provincia di Milano - che realizzerà le più importanti opere della viabilità del Nord, tra l’altro molto contestate in quei territori (la pedemontana, la tangenziale esterna di Milano). E questo viene fatto con una società interamente di proprietà della Provincia. Cioè gli enti locali al Nord - non solo regioni, quindi, ma anche province - stanno utilizzando le leve della finaziarizzazione delle società per intervenire direttamente nelle politiche infrastrutturali, bypassando completamente il sistema dei tributi locali. Le risorse non le prendono da una fiscalità locale, perché ovviamente non sarebbero sufficienti, ma si sta andando verso una finanziarizzazione di questi interventi. Un altro esempio. In Lombardia, segnatamente nella provincia di Milano, più della metà dei comuni non hanno in questi anni applicato l’addizionale IRPEF malgrado i trasferimenti dallo Stato fossero notevolmente diminuiti. Come hanno fatto a sopperirealla mancanza di trasferimenti da Roma per continuare a fare degli interventi? Ovviamente hanno ridotto la qualità ed il livello dei servizi, ma Comune di Milano, Regione Lombardia e Provincia hanno iniziato a produrre attività finanziarie per coprire quelle carenze. Penso a tutto il tema enorme dei derivati, a tutto il tema dei rapporti che si stanno creando tra modello di sviluppo capitalistico (costruttori, realizzatori di opere, mondo delle imprese e della finanza) ed enti locali. Ormai il legame tra mondo della finanza ed enti locali in tutta Italia, ma nel Nord in particolare, mi sembra così stretto che meriterebbe di essere indagato per andare a smascherare alcune situazioni. Tutto il complesso di questi interventi, come diceva Marino, ci fa capire che sarà più complicato controllare le fiscalità gestite direttamente dai territori. L’intreccio dei mondi finanziari, produttivi e le fiscalità delle regioni spezzettate, frammentate in tanti pezzi, renderà completamente impossibile esercitare una qualsiasi forma di controllo politico nell’interesse di difendere i servizi.
Concludo segnalando una cosa: in Lombardia è in discussione lo statuto regionale che contiene degli elementi assai preoccupanti nella direzione del federalismo differenziato; è una cosa sulla quale io chiedo al nazionale di darci una mano per la rilevanza che ha la regione Lombardia. Solleviamo alcuni temi importanti. La Lombardia che chiede più risorse e autonomia fiscale, contemporaneamente è la regione italiana con il più alto livello di evasione fiscale. Una regione che ha livelli di quel genere di evasione è evidente che anche nei fondi perequativi il tasso di evasione fiscale dovrebbe essere considerato in modo negativo: cioè chi più evade, come la regione Lombardia, alla fine non dovrebbe usufruire dei fondi perequativi ma dovrebbe contribuire in misura maggiore perché maggiore è il suo livello di evasione. Queste cose bisognerà pure cominciare a dirle, perché non è possibile che le ragioni più grandi hanno più soldi dalle tasse, evadono più delle altre, ed ottengono maggiori trasferimenti dal governo centrale.
Rispetto al disegno di legge, infine, ho un dubbio che mi sembra era il dubbio che sollevava Marino alla fine del suo intervento. Questo provvedimento viene venduto come una attuazione della riforma del Titolo V dopo cinque anni di immobilismo. Io credo che non sia questa la sede, come diceva Guerrini, per decidere, ma il “che fare” rispetto anche all’esito finale di questa legge noi dovremmo iniziare a porcelo valutando quella che è stata l’attuazione del Titolo V, valutando tutti gli elementi negativi che sono stati sollevati, quali siano gli interessi in campo, e le compatibilità di tenuta del governo di fronte ad una posizione nostra, di tutta la sinistra, che dovrebbe indirizzarsi verso una forte, estrema contrarietà ad un progetto di questo tipo.
Convegno su Federalismo Fiscale 19/11/07- intervento Guerrini
10 Giu 2008
PAOLO GUERRINI - responsabile dipartimento enti locali
Abbiamo concluso gli interventi. Noi abbiano la necessità di una riflessione e la necessità di un coinvolgimento più largo del partito ed, in specie, del partito impegnato nelle istituzioni ad ogni livello. Questo perché il gruppo dirigente del partito sia inteso non in senso assembleare ma in senso largo e gli organismi dirigenti prima di parlare ascoltino ed oltre tutto tra gli eletti molti sono i compagni che fanno parte degli organismi dirigenti e sono portatori di una esperienza insostituibile nel dibattito del nostro partito. Noi come dipartimento degli enti locali rischiamo di essere invadenti in ogni settoreperché attraverso gli enti locali si è così trasversali che si può parlare di qualunque cosa. Quindi dobbiamo darci anche una regolata ma è necessario sottolineare l’aspetto della interazione, perché questa soltanto può portare a decisioni avvedute. Nella formulazione dell’invito avevo ricordato che con il Titolo V si è smarrita la retta via però noi non possiamo tornare indietro, non si ferma la ruota della storia e del dibattito. Il Titolo V è stato approvato in maniera confusa, ha creato un casino alla Corte Costituzionale. Tuttavia, come diceva Marino, quello che si chiama federalismo fiscale è un modo attuativo di quel Titolo V nel senso però di un forte regionalismo. Cioè noi la parla “federalismo” non l’abbiamo mai fatta nostra, abbiamo sempre pensato ad una Repubblica delle autonomie, ad una forte autonomia, ad un forte autogoverno delle popolazioni ma su temi definiti nell’ambito di una unità forte dello stato democratico. E’ evidente che noi dobbiamo muoverci ma non possiamo a questo punto del dibattito non tenere conto di una questione che si è sviluppata. Una cosa che diceva il compagno Stiz. Se abbiano un atteggiamento liquidatorio difficilmente potremo avere un rapporto concreto con le popolazioni del Nord. Allora, al di là delle parole e dei termini che vengono usati, sarà necessario, nell’approfondimento che faremo poi fin dalle conclusioni del presidente, avere la giusta misura e si tratta di stringere sulla sostanza dei problemi. C’è per esempio un tema che non è stato neppure sfiorato: le regioni a statuto speciale . Dopo la Costituente hanno ragione di essere o no? Su questa domandanon vi può essere l’accusa di essere sudisti o nordisti. Ed infine, la questione degli statuti. Noi già ci stiamo lavorando per compararli tra di loro, per vedere le somiglianze. Di fronte abbiamo tante di quelle questioni da affrontare che dobbiamo cercare di articolarle nei dibattiti. Altrimenti dovremmo stare sempre qui a Roma in riunione. Ed invece la vita di tutti i giorni e il lavoro sono duri per molti compagni e compagne. Io vi ho voluto ricordare che tra tante questioni aperte - sugli statuti, sul processo unitario a sinistra che dovremmo articolare nelle regioni -ne abbiamo una più urgente: quella sulle elezioni. Quindi si tratta di fare anche delle riunioni nelle regioni particolarmente impegnate nelle elezioni per affrontare tante cose. Abbiamo fatto delle riunioni con i responsabili degli enti localiper discutere del contributo programmatico che tutta la sinistra deve dare alla costruzione dei programmai locali. E, a livello locale, si deve decidere, sulla base di una analisi di fatto politica ed elettorale ed anche delle convenienze, se non è sgradito dirlo per il nostro partito, che riguarda il come andare alle elezioni e dunque, dove si andrà insieme, quale simbolo si sceglierà. E’ già una questione avviata ed è una decisione già assunta questa di andare verso questa direzione, ma dobbiamo andarci in maniera ordinata, organizzata e ben ragionata. Perché l’unità non è unicità e l’unità si afferma meglio con un atteggiamento autonomo e ragionato senza fughe in avanti ma senza freni. Il nostro intento è quello di raggiungerlo quell’obiettivo. Non di fare come quei compagni che per tre congressi hanno sostenuto la confederazione e poi adesso che siamo arrivati fanno come il Don Giovanni di Mozart. Avete presente quando dice “vorrei e non vorreimi trema un poco il cuore”? I dubbi non possono venire dopo tre congressi. Se uno ce li aveva li poteva esprimere prima, adesso la confederazione si deve fare. Per me sulla confederazione non ci piove. Accetto i dubbi ed anche i ripensamenti ma uno deve dire ci ho ripensato, mi sono sorti nuovi dubbi, non ci raccontiamo altre storie. La parola al compagno Presidente del Partito ed io lo ringrazio per essere qui ed avere dato rilievo a questo nostra riunione e ringrazio Marinoper aver svolto quella bellissima relazione. Noi tutti questi interventi cercheremo di metterli, poiché sono stati registrati, anche in rete, così che il dibattito possa proseguire anche attraverso quello strumento.
Convegno su Federalismo Fiscale 19/11/07- intervento Gabellini
10 Giu 2008
RICCARDO GABELLINI - segretario federazione di Firenze
Io credo solo di poter dire due parole sull’argomento trattato oggi e personalmente lo chiuderei, visto che contrasta fondamentalmente con la storia del partito comunista in Italia e inoltre contrasta - visto che si parla di Costituzione - con ciò che ha fatto la Resistenza in Italia. Proprio nei giorni scorsi leggevo un documento - tra l’altro dovrà uscire a breve una pubblicazione in merito - sulla storia della Resistenza nella nostra regione e nella provincia di Firenze: da lì si capisce che stiamo sprecando solo tempo (“malloppi” scritti solo per consumare carta poiché sui contenuti la storia d’Italia e un’altra ma mi sento di dire che la storia d’Europa è un'altra). Da quei registri di caduti si scopre che il 30% dei caduti nella provincia di Firenze non era toscano. Erano compagni e non compagni che venivano dalla Sicilia, dalla Russia, dalla Jugoslavia, persino dalla Spagna. Quindi io credo che, realmente, discutere oggi sia perdere di vista quali sono gli obbiettivi reali, come hanno già detto quelli che mi hanno preceduto. Una delle principali sconfitte di Al Gore nelle presidenziali degli Stati Uniti, è stata quella di aver condotto il partito democratico talmente vicino a quello repubblicano che non si riusciva a distinguere gli elementi che li contraddistinguevano. Noi stiamo vivendo probabilmente la stessa cosa in Italia. Dell’intervento di Robotti condivido la necessità di cercare di recuperare quello che dovrebbe essere rimasto della Sinistra (dico “dovrebbe” perché a volte il qualunquismo e il populismo albergano anche dentro molti di noi, anche nel nostro partito). Non voglio ricordare la storia dei lavavetri di Firenze che ha dominato le pagine dei giornali. Cosa c’entra questo discorso con quello di oggi? Niente, direte. Ma sentire compagni che condividevano quel provvedimento come garanzia di sicurezza era chiaramente una nota che personalmente ho vissuto in maniera molto negativa. Quindi dobbiamo fare un salto di qualità, non farci dettare l’agenda dagli altri, come ho già sentito. Quindi io invito anche il Veneto a cambiare completamente registro altrimenti ci uniformiamo troppo a tutti. Mi ha fatto piacere sentire l’ultimo intervento su Malpensa. Uno dei più brutali attacchi a quello che è la Costituzione e l’assetto del nostro Paese è stato fatto da Formigoni nei giorni scorsi. Ha chiesto, e per ora ha parzialmente ottenuto, di poter decidere il sorvolo all’interno del perimetro lombardo. Si va quindi non solo alla regionalizzazione del territorio ma anche a quella degli spazi aerei. Questa è follia pura. Io inviterei non solo il nostro ministro ma tutto il Governo a prendere una posizione seria su temi come questi che rischiano di far strabordare qualsiasi tipo di rivendicazione su qualsiasi aspetto. E a nulla poi vale il paventato ricorso alle economie oppure all’efficienza sulla sicurezza. Noi in Toscana abbiamo tredici forze di polizia: si va dalla polizia idraulica alla polizia locale con svariati compiti. Io credo che sia necessario ricompattare e riformare per riandare su quei temi di macroeconomia, come dice Robotti (anche se mi permetto di dissentire su quello che è l’evoluzione nel resto d’Europa che a mio parere è completamente all’opposto). Attualmente gli Stati stanno riprendendo in mano quelli che sono i contesti nazionali per andare poi oltre. Ho fatto l’esempio di Malpensa, di Formigoni. Si sta parlando di regionalizzare lo spazio aereo in Lombardia mentre sono in atto delle proposte di legge sullo spazio aereo unico europeo, cioè siamo veramente alla follia con quei ragionamenti. Quindi credo sia superfluo ribadire che la Toscana ha su questi temi le idee chiare e precise e da questo punto di vista penso le abbia non solo la Toscana ma anche l’Italia con le sue morti.
Convegno su Federalismo Fiscale 19/11/07- intervento Visco Gilardi
10 Giu 2008
ALBERTO VISCO GILARDI - segreteria regionale Lombardia
Anch’io ringrazio il dipartimento per questa riunione che trovo molto utile e interessante. Il compagno della Toscana aveva parlato di rischio Jugoslavia. Io condivido questa valutazione, non tanto e non solo per i rischi secessionistici ma per un’altra cosa che è successa in Jugoslavia e cioè che, al montare della marea secessionistica, la sinistra è sparita dal panorama jugoslavo. Io credo che il federalismo sia uno degli principali cavalli di Troia per spezzare i residui legami di unità di classe e identità di classe. E’ un dato che ha già citato Robotti. Una decina di anni fa la CGIL aveva fatto un indagine in Lombardia e aveva scoperto che più della metà dei suoi iscritti aveva votato Lega Nord. Questo ci da l’idea di quanto siano penetrati nel nostro soggetto di riferimento certe questioni. Tanto è vero che da noi i nostri soggetti di riferimento credono nel fatto che, se i soldi sono prodotti in Lombardia, devono rimanere in Lombardia. Ovviamente non capiscono che ciò va contro di loro perché i soldi che rimangono in Lombardia verrebbero usati per la privatizzazione quindi per l’abbattimento di quel sistema di garanzie sociali che loro dovrebbero difendere. Un altro argomento forte è che in realtà il federalismo laccato che ci presentano è fare gli interventi senza una progettualità, una programmazione. Marino parlava di federalismo infrastrutturale. Da noi in Lombardia si sono, come dire, aperte le stalle perché, come arriva Di Pietro, in qualsiasi territorio si parla di infrastrutture (quindi non solo Formigoni). C’è un parlamentare nella mia provincia, Varese, che rivendica che il ruolo dell’Ulivo è quello di far ottenere più soldi per le infrastrutture senza alcuna progettualità che invece noi dovremmo chiedere. Il rischio è quello di fare infrastrutture sul modello Malpensa cioè sul modello “cattedrale nel deserto”. Non so se tutti conoscono la situazione di Malpensa che, non solo è una cattedrale nel deserto che non serve a niente -soprattutto per quello è stata costruita -, ma è anche il principale motivo della crisi di Alitalia. Prima dell’apertura di Malpensa, l’Alitalia aveva i conti in utile. L’anno dopo l’apertura di Malpensa li aveva già in perdita. E’ stato poi il luogo in Lombardia di maggiore sperimentazione delle forme di precarizzazione delle forme di lavoro (ci sono delle aziende che propongono contratti di lavoro di settimana in settimana). Su questo credo noi dobbiamo costruire un confronto con i nostri alleati del Partito Democratico che però è anche uno scontro, perché a Nord i nostri alleati del Partito Democratico sono già scappati, sono già andati. In Lombardia si parla di Ulivo Padano, si parla di Partito Democratico del Nord. In questo vi è una sostanziale condivisione della logica federalista, ad esempio con Formigoni. Tanto è vero che in Lombardia sono molto numerosi i casi di voti bipartisan, sia riguardo al federalismo ma anche sull’argomento della privatizzazione delle scuole. Allora io credo che se questa è la marea noi dobbiamo avere la capacità, anche se è un lavoro immane, di costruire un modello alternativo. Ha ragione Francescaglia, un modello di Stato che sia connaturato al modello di società che si vuole costruire. Noi dobbiamo fare uno sforzo amplissimo. Non ce la possiamo fare da soli e c’è, quindi, bisogno dell’appoggio di tutta la sinistra. Sono quindi d’accordo con la proposta di un convegno unitario su questi temi.
Convegno su Federalismo Fiscale 19/11/07- intervento Barbadoro
10 Giu 2008
MASSIMO BARBADORO - segretario regionale Piemonte
Intanto voglio ringraziare il dipartimento perché mi sembra importante lavorare secondo questa metodologia. Credo che le relazioni, sia quella di Marino che quella di Robotti, abbiano inquadrato la questione complessiva su cui dobbiamo ragionare. Inoltre reputo importante la cornice di merito. I punti toccati sono molto importanti ma anche complessi e ritengo che questa mattina non riusciremo a toccarli tutti per cui reputo molto significativi gli interventi dei compagni che contribuiranno a creare una base di partenza per un futuro convegno nazionale. Io credo che il tema di cui dovremo cercare di parlare, per dare un contributo, sia il tema dei comuni, l’Italia dei comuni. Il tema quindi legato ai servizi che i comuni propongono ai cittadini, di cui il federalismo fiscale è la ricaduta ennesima. Chi ha un po’ didimestichezza con i comuni sa che, quando tutti gli anni, alla stesura del bilanci ci si trova di fronte al patto di stabilità, dove l’imposizione fiscale la si vede sempre più forte e i servizi a domanda individuale - penso agli asili nido e a tutti quei servizi che il comune deve erogare direttamente come servizio di qualità - vengono ad essere penalizzati come diceva già qualcuno prima. Io credo quindi che sia importante di cercare di approfondire avendo questi due livelli d’intervento: uno di contesto generale - di cui già stamattina molti compagni hanno parlato e condivido in pieno-e’altro è cercare di forzare, anche perché ne parlava già qualcuno, il tabù del federalismo. E’ difficile per noi, come Comunisti Italiani, impostare un ragionamento usando un termine diverso. Lo riusciamo a fare nel momento in cui riusciamo a fare in termini concreti la verifica di determinate situazioni che non vanno in quel senso ma nel senso opposto. Come dire, l’effetto del federalismo non produce quel meccanismo che invece qualcuno ci vuol far credere, e cioè il fatto della solidarietà e della distribuzione sul territorio nazionale. Credo sia uno dei fattori che dobbiamo porre come questione culturale di fondo. Dovremmo informare i sindaci e i cittadini dei comuni italiani rispetto a situazioni in cui il federalismo ha creato delle grosse difficoltà. Lo possiamo anche verificare nelle difficoltà estreme che i sindaci incontrano di volta in volta nelle stesure dei bilanci. Faceva un compagno l’esempio dell’acqua. Anche qui ci troviamo di fronte a una situazione che a causa delle economie di scala si cerca di accorpare il più possibile per diminuirne i costi dove invece in realtà abbiamo il percorso inverso. Abbiamo i costi di gestione dell’acqua che lievitano, una distanza sempre più forte dal cittadino e quindi neanche più lo stesso sindaco, l’amministratore, riesce a rispondere al cittadino anche se ha la responsabilità. Questi sono tutti elementi che con un’analisi più precisa dovremo tentare di elaborare riuscendo magari ad ottenere qualcosa pur restando all’interno di un discorso - come si diceva - che preveda la revisione del federalismo anche secondo quella che è stata la modifica del Titolo V della costituzione.
Convegno su Federalismo Fiscale 19/11/07- intervento Procaccini
10 Giu 2008
CESARE PROCACCINI - segretario regionale e consigliere regionale Marche
Buongiorno. Farò poche considerazioni. Il dibattito è molto interessante soprattutto su questo disegno di legge sul federalismo fiscale. Noi dobbiamo svolgere, come diceva il compagno Robotti, una critica concreta perché dobbiamo agire in questo contesto sapendo che il federalismo, come è stato detto, laddove è stato realizzato è servito ad unire. In Italia c’è il rischio che si perda di vista l’unitarietà dello Stato, non in senso nazionalistico ma in quanto a diritti. Tant’è che sulla sempre aperta questione della necessità di autonomia in una visione unitaria esiste sempre una contraddizione, e la prudenza dei comunisti c’è sempre stata. Io ho letto e ricordo un dibattito alla Camera sulle regioni. Togliatti disse: «Non vorrei che la costituzione delle regioni venisse considerata come la nascita di piccoli “staterelli” che si contendono le risorse uno contro l’altro». C’è il rischio di andare verso questa deriva, una deriva che è iniziata molto tempo fa con una sottovalutazione delle forze di sinistra e democratiche, ed anche dei comunisti quando eravamo tutti insieme dentro Rifondazione ma anche dopo. La legge 142 del ’90 apriva la strada alla così detta sussidiarietà orizzontale e non è un caso che questa nuova stagione iniziava contemporaneamente con la fine dei grandi partiti rimasti, in particolare con la fine del Pci. L’autonomia impositiva ai comuni veniva esaltata. La verità - e chi ha avuto esperienze dirette se ne accorgeva – è che i comuni in realtà hanno dovuto sopperire, attraverso tassazione e imposizioni locali, ai minori trasferimenti dello Stato e che questo veniva contrabbandato come un’autonomia impositiva. Poi ci sono stati gli organi di gestione, i consorzi, le SPA, le unità sanitarie locali sono diventate aziende. In questo contesto, a mio modo di vedere, le così dette leggi Bassanini sono passate, diciamo, con una sottovalutazione. Ricordo ad esempio che anche negli organi centrali di Rifondazione questa cosa non è che veniva posta. Passò e potevamo incidere quella volta. In realtà questo dibattito, che oggi si riapre attraverso il fatto formale del il disegno di legge, e soprattutto questa questione generale, in parte falsata, dei costi della politica, noi lo dobbiamo utilizzare per far sì che, all’interno della necessaria semplificazione, si possa ritornare ad una gestione il più possibile pubblica dei servizi collettivi. E dobbiamo far emergere il fatto che la gestione privatistica di alcuni servizi ha comportato maggiori costi e per certi versi anche minore efficienza. Dobbiamo, al tempo stesso, aprire una discussione su come il partito si atteggia e orienta gli organismi del partito medesimo ma anche i suoi amministratori. Ormai esistono anche nelle Marche referendum di comuni che vogliono cambiare regione. Nella Val Marecchia, nella provincia di Pesaro-Urbino, sette comuni hanno fatto un referendum, promosso dai sindaci e non dai cittadini, per passare con l’Emilia Romagna e passare nella provincia di Rimini. Questa forma plebiscitaria è pericolosa. Io sono per una contrarietà generalizzata per questa forma di modifica dei confini ma non per un fatto statuale o di per sé inamovibile, ma perché interagiscono motivi reali, anche di affinità culturale ma anche necessità economiche, che rischiano di mettere in gravissima difficoltà anche un processo unitario delle contraddizioni.
Convegno su Federalismo Fiscale 19/11/07- intervento Moro
10 Giu 2008
UGO MORO - responsabile enti locali Lazio
Ringrazio il compagno Guerrini perché il dipartimento degli enti locali continua ad essere assiduo ed attento su quello che riguarda l’attività politica e su quello che concerne l’evoluzione di questa società. Vedete compagni, io credo che questa discussione, oltre l’apparato costituzionale, oltre l’ottima relazione del compagno Marino, sia però una discussione su quale sia il sistema di società, l’impianto delle tutele e dei diritti. Dagli interventi è emerso: “noi dovremmo proporre un federalismo solidale che è nelle nostre caratteristiche”.Sono rimasto raggelato dal contributo del compagno del Veneto più che da quello della Lombardia, ma non perché il federalismo solidale sia quello che più ideologicamente è in sintonia con quanto noi pensiamo e con quella che dovrebbe essere per noi la società più giusta e praticata ma perché, rispetto alle condizioni italiane e alle dinamiche di sviluppo internazionali, è quello più adatto, quello più corretto, quello più rispondente per tutte le ragioni che anche il compagno responsabile degli enti locali della Sicilia ci precisava prima. L’irrisolta questione meridionale, la necessità di un equilibrio...
Evidentemente questa nazione è andata in un'altra direzione, ci sono stati degli sperperi, c’è stato un utilizzo inadeguato delle risorse. Il nostro partito su questo sta assumendo una posizione chiara ma non è un caso che poi la stessa destra - che ha devastato le istituzioni democratiche con la perdita di prestigio delle istituzioni centrali dei cinque anni del governo Berlusconi – usi lo stesso argomento per dire che le istituzioni centrali sono inutili, sperperano, che c’è una casta e tutto quello che ne consegue. In realtà sono quei cinque anni che hanno devastano nei cittadini l’idea di quanto sia utile avere delle istituzioni democratiche centrali che pianifichino, che pensino, che legiferino, che cerchino di evitare squilibri, disuguaglianze o quantomeno di ridurle. Io credo che l’attacco sia alla modernità e alla forza della nostra Costituzione repubblicana, non a caso aggredita in quella maniera- e fortunatamente il nostro popolo, che noi a volte pensiamo sonnolento e disattento, ha respinto quasi violentemente quella indecente proposta di revisione costituzionale che oltre a far tornare indietro l’I’Italia di qualche secolo la apriva a qualsiasi saccheggio e a qualsiasi corsara incursione - . Io ricordo con piacere, e lo farò anche qui, quello che Togliatti disse a Salvemini per convincerlo della bontà del dettato costituzionale citando Dante: «Noi dobbiamo fare come quei che va di notte,che porta il lume dietro e sé non giova, ma dopo sé fa le persone dotte». Ecco, questo è ancora adesso utilissimo, perché noi andiamo verso una società che non è liberale, perché la libertà non è che ognuno ha per quello che possiede e vive per quello che sa. Questa è una società barbara, selvaggia. Il secessionismo, il federalismo fiscale così come è proposto è la nuova barbarie. Non può essere nemmeno concepito, ma non da parte di un comunista, ma anche da parte di un cittadino dotato di una minima sensibilità, di una minima intenzione di partecipare. Una società che va vissuta e declinata sul senso di responsabilità, cioè diritti e doveri nello starci dentro. Diversamente è altro. E’evidente, sono d’accordo con il compagno Robotti,che tutto questo avremo una straordinaria forza per farlo se riusciremo a parlarne come sinistra - e misembra che i fatti si stiano evolvendo positivamente in questo senso negli eventi di questi giorni, il 7 dicembre ci sarà questa grande assemblea di tutti gli amministratori degli enti locali della sinistra, l’8 e il 9 ci saranno gli stati generali e se ne può parlare ancora. La rivoluzione francese non è che sia andata così male insomma; poi questa scaramanzia sulle definizioni, sembra che facciamo l’esegesi di ogni parola e in questo senso la sinistra unitaria non può smettere di essercie meno che meno può ammainare le proprie bandiere per una società che, comunque, anche per il Veneto e la Lombardia deve seguire una certa direzione, quella del progresso partecipato.
Convegno su Federalismo Fiscale 19/11/07- intervento Pisilli
10 Giu 2008
STEFANO PISILLI - responsabile enti locali federazione di Firenze
Vorrei partire da un ragionamento non sulle questioni specifiche ma sulle questioni generali politiche. Noi da anni assistiamo ad apparenti contraddizioni che secondo me stanno in un disegno comune. Come prima considerazione vorrei dire che mentre per anni, come comunisti e come sinistra, abbiamo avuto un disegno complessivo di trasformazione della società, negli ultimi anni questo disegno non ce la abbiamo più e ce l’hanno gli altri e questo si vede e da qui discende a mio avviso tutta una serie di provvedimenti. Se indaghiamo in questa direzione cosa vediamo? Da un lato c’è stato l’attacco all’articolo 18 dello statuto dei lavoratori contro cui ci sono state quelle grandi manifestazioni. Hanno tentato quella strada e oggi l’obiettivo è eliminare il contratto nazionale collettivo di lavoro. Da un lato si reclama maggiore democrazia e poi tutte le riforme che abbiamo visto in questi anni, compresa l’elezione diretta del sindaco, hanno avuto il segno nettamente contrario, cioè quello dell’accentramento dei poteri in una sola persona o comunque in un gruppo sempre più ristretto. Potremmo dire tante altre cose su questo, ad esempio la questione che viene posta anche nell’ultima finanziaria sui costi della politica. In realtà questo grande attacco alla politica è funzionale al disegno complessivo che i poteri forti e la destra hanno: quello di cambiare nettamente la natura della democrazia italiana così come l’abbiamo conosciuta e per la quale abbiamo combattuto e che oggi ancora vorremo portare avanti in quel senso progressivo di togliattiana memoria. Qual è la risposta ai costi della politica? La riduzione dei consiglieri comunali nei comuni. Ora voi sapete tutti quanto prende un consigliere comunale in un comune e quanto poi incide. In realtà cosa c’è dietro la riduzione dei consiglieri comunali? A mio avviso c’è un aumento implicito della soglia di sbarramento prevista nella legge elettorale, perché diminuendo il numero dei consiglieri e con il metodo d’Hondt, si alza notevolmente la soglia reale per entrare in consiglio comunale e quindi il taglio della rappresentanza delle forza minori nelle assemblee elettive. Dall’atro- e secondo me è ancora più grave - si spinge ulteriormente nella direzione che prevede un ruolo più ampio solo del Sindaco, o del Presidente della provincia, e della sua giunta, ulteriormente svilendo quello della rappresentanza della popolazione. Ora io vengo da una regione, la Toscana (che sulla partecipazione ha anche fatto una legge apposita), nella quale da tempo c’è un grosso fermento e comunque una grande partecipazione, seppure spesso e volentieri con toni demagogici, ma che trova mortificazione in queste riforme. Allora io credo chedobbiamo, noi comunisti per primi, portare, nel complesso della sinistra che si sta definendo oltre a noi con Rifondazione Comunista, Sinistra Democratica e quanti altri vorranno entrare in questo percorso, una battaglia che esca dall’agenda degli altri. Io capisco che questo è difficile, dobbiamo uscire dall’agenda degli altri, dobbiamo cominciare ad immettere nel Paese nostre parole d’ordine. Questo è difficilissimo oggi più che prima, ma se non lo facciamo saremo destinati non solo alla continua sconfitta, ma assisteremo tutti quanti alla progressiva diminuzione degli spazi di democrazia perché tutto sta in questa disegno, anche il federalismo fiscale. Io non ci voglio entrare per brevità di tempo ma è un discorso che spero riprenderemo e anzi proporrei di elaborare di più, anche attraverso apposite commissioni, questo tema delfederalismo fiscale. Qualcuno diceva che, negli anni del governo Berlusconi, i campani hanno perso circa 5 euro a testa e al Nord ne hanno guadagnati 4. Questo è successo anche nella distribuzione della ricchezza prodotta. La classe lavoratrice negli ultimi anni ha perso potere d’acquisto a favore dei ricchi e questo, secondo me, rientra nello stesso disegno generale di trasferimento che, se da un lato ha sviluppato una redistribuzione del reddito - non dico egualitaria perché potrebbe solleticare l’ironia di qualcuno - comunque democratica, dall’altro ha concentrato i poteri sempre nei ricchi. Se siamo di fronte a questo quadro credo che certamente dobbiamo, come consiglieri, assessori, parlamentari, agire e intervenire sui punti delle questioni- perché a noi comunisti ci hanno insegnato ad agire sia nel particolare che nel generale - ma soprattutto dobbiamo ridare senso ad un disegno politico che sia davvero di trasformazione della società e che parta da nostri punti. Non dobbiamo noi rincorrere l’agenda degli altri o saremo sempre sconfitti. L’esempio è il Partito Democratico nel quale si ha questa situazione. Ultima cosa davvero, la Toscana. Noi abbiamo avuto il primo periodo della nascita dell’organizzazione della sanità- con direttori generali, mega-direttori che costavano molti soldi, su cui paradossalmente il buon Mastella ha fatto una battaglia per non imporre il tetto (quindi da un lato ci deve essere il taglio dei costi della politica e dall’altro invece si può sperperare e qui si ritorna in parte al discorso che facevo prima) – in cui abbiamo visto prima direttori generali, quindi una sorta di strada verso la privatizzazione che ha portato grossi problemi e ultimamente un lieve miglioramento, con le società della salute che in qualche modo hanno riportato i sindaci e i loro rappresentanti nella gestione della sanità. Abbiamo visto quindi come, tutte le volte che si concentra in poche mani e ci si sposta verso l’accumulo del grande capitale, dall’altra parte si ottiene una democratizzazione. Anche sulla questione delfederalismo fiscale noi ci ritroveremo sconfitti se ci limiteremo a rincorrere. E’ urgente, anche se oggi è difficile e sarà una battaglia lunga, cominciare a invertire la rotta.
Condivido le preoccupazioni che sono state manifestate da tutti i compagni in relazione ad una divisione federale dello Stato che, per come è pensata, non riesce a garantire i diritti per tutti icittadini in tutta Italia.
Evidenzio però una mia grossissima preoccupazione - che deriva probabilmente dal fatto di vivere nella regione Veneto - e cioè: se noi usciamo da qui semplicemente dicendo che siamo contrari a questa riforma, che siamo contrari al federalismo, noi in Veneto, ma penso anche nel resto del Nord, non siamo in grato di parlare e di farci ascoltare dalle persone, dalla gente e soprattutto dai lavoratori.
A quel punto prenderemo sempre l’1,5% dei voti e non ci resterà che chiudere le sedi delle federazioni del Veneto e trasferici tutti a Ferrara, risparmiando anche sui costi per il Partito.
Vorrei sottolineare inoltre che la nostra posizione deve avere un carattere propositivo, positivo. Studiamo il nostro regionalismo e proponiamolo con un nostro disegno di legge che si contrapponga a quello attualmente all’esame delle Camere sul federalismo.
Anche perché nel Veneto, come ha già detto il senatore Giaretta - segretario regionale del PD -, il Partito Democratico si alleerà con l’UDC in maniera sicura e con la Lega in maniera probabile, in modo da eliminare la nostra presenza per i decenni a venire.
Il mio invito è quello di pensare che quando noi usciamo di qua e dobbiamo parlare con le persone che abitano nel Nord, queste si aspettano una risposta che deve essere concreta e possibilmente rapida.